È morto Riccardo De Vito, l’ultimo tonnarotu

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All’età di circa 90 anni, ieri è venuto a mancare, in Germania dove viveva, Riccardo De Vito, l’ultimo tonnarotto gallipolino. Aveva lavorato alla tonnara “dei Franco” per un breve periodo, giovanissimo, prima di cercare fortuna all’estero. La redazione h deciso di ricordarlo proponendo di seguito un articolo del nostro direttore Giuseppe Albahari pubblicato sul primo numero di Puglia & Mare, nel marzo 2013. L’immagine che precede questo testo, lo fa vedere giovanissimo; quella che segue, ricorda la Targa che gli fu consegnata dal compianto sindaco Francesco Errico durante la prima edizione della Settimana della cultura del mare. Ai congiunti di Riccardo, giungano i sentimenti di cordoglio della redazione.

Gallipoli, 8 gennaio 2022

Il sindaco di Gallipoli, Francesco Errico, che consegna una “targa” a Riccardo De Vito in ricordo della sua lontana attività di tonnarotto. Non può essere che questa, l’immagine di partenza d’un viaggio, ché tale è stato, alla scoperta dell’uomo e del pescatore che ha lavorato nella tonnara “dei Franco” dal 1950 al 1965 e che è risultato essere l’ultimo sopravvissuto di quelli uomini, cui era compagna di vita la fatica. Ora, quasi mezzo secolo dopo e quasi ottantenne (anche se non lo diresti), la sua memoria prodiga di particolari ci consente di aprire una finestra su quel mondo eroico scomparso, tanto negletto quanto affascinante, al quale approdò 17enne, lasciata la scuola d’avviamento professionale, a causa della prematura morte del padre.

“Sì, il lavoro era duro, ma ambito – racconta – perché, a differenza egli altri pescatori, avevamo gli assegni famigliari, e perché si guadagnava bene. Noi eravamo in 20 e ci competeva il 20 per cento del ricavato delle due levate giornaliere, salario che una volta la settimana il capo tonnarotto ritirava a casa dei Franco e distribuiva a noi, che aspettavamo nel magazzino. L’ammontare settimanale variava, quindi, in funzione di quanto si pescava, ed era sempre molto di più delle 10mila lire che comunque ci competevano durante l’inverno, quando svolgevamo altri lavori. Perciò, eravamo sempre impazienti di calare le reti, il che avveniva a fine febbraio, e l’attività continuava ininterrotta per circa otto mesi. Poi bisognava anticipare il maltempo, che avrebbe ostacolato il recupero delle ancore, dei cavi d’acciaio e della rete cieca (quella interna alla camera della morte, n.d.r.), che, una volta giunti a terra, caricavamo su di un carretto e trasportavamo fino al porto, per stenderla sul molo foraneo e farla asciugare. Quando non si pescava, si lavorava alle reti nel magazzino, ed io ero già pratico di tale lavoro con il filo di cocco, perché da studente avevo aiutato mio padre”.

Nel 1962, Riccardo sposò la signora Amedea Bianco, dopo ben 12 anni di fidanzamento (altri tempi, eccome!) e di pari passo con la responsabilità di dovere mantenere la famiglia, sentì crescere in sé la preoccupazione, perché le pescate di 100, 120 e perfino 140 quintali di tonni e sgombri in un solo giorno, diventavano sempre più rare. “Tutta colpa delle tonnare volanti armate di radar per intercettare i banchi di pesce – dice – e ricordo che un giorno, quando un peschereccio giapponese entrò in porto, fu subito rivolta”.

Previdente, tentò di trovare un’alternativa lavorativa in loco e, nei mesi invernali, cominciò a frequentare un corso di carpentiere edile (“Facevo pratica nel cantiere di costruzione del campanile della chiesa di Sant’Antonio di Padova”, ricorda),  ma lo seppero i Franco e, messo di fronte all’alternativa, dovette abbandonare. Ritornò ai remi e alle reti, ma per poco tempo: nel 1965 raggiunse la sorella, che con il marito si era già trasferita in Germania. Da allora, e tutt’ora, Kuchenè stata la sua città adottiva, dove sono nate le sue 3 figlie e i 6 nipoti.

Qualche anno dopo, era il 1968 ed il richiamo della propria terra era sempre forte, tentò la via dell’Italsider. “Lavorai 3 giorni come motopalista – dice – ma la promessa di chiamarmi non ebbe seguito, e dopo tre mesi d’attesa inutile, ritornai in Germania”.

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’esperienza tedesca meriterebbe d’essere raccontata in dettaglio anch’essa. Iniziò da operaio addetto alla filatura in una fabbrica tessile e, grazie a volontà e sveltezza, divenne operaio specializzato sovrintendente a 8 macchine di filatura, contro le 3-4 macchine degli altri operai. Quando l’azienda fallì, si riconvertì metalmeccanico in una grande industria e, ancora una volta, non macò di farsi notare: da operaio del turno di notte, scelto perché era il più remunerativo, fu destinato ai controlli, divenne vicecapo e poi caporeparto, fino al 1995, quando ha chiuso la sua attività lavorativa, ma rimanendo tra gli affetti di Kuchen e accontentandosi di ritornare “allo scoglio” solo nei mesi estivi, per ritrovare amici, “vespa” e mare.

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Ritornando a parlare del mare, il ricordo che sembra emergere prioritario da un passato ormai lontano, è proprio quello della fatica, quella dura, vera, immensa, richiesta quando gli uomini si curvavano sui remi, non meno di quando dovevano ritirare le reti. “Proprio per questo –  dice Riccardo – i ruoli si cambiavano ogni settimana, ma quando capitavo sulla sceri (la barca più grande, ancorata, dalla quale due volte al giorno si tiravano le reti, n.d.r.), io, essendo il più giovane, stavo sempre al centro, dove occorreva esercitare una forza maggiore”.

Non sempre si lavorava in condizioni di mare calmo. “Spesso – ricorda – uscivamo in quattro sulla cariscia (barca utilizzata per gli spostamenti verso la sceri e per le operazioni connesse alla levata, n.d.r.) per sostituire i galleggianti di sughero: prima della comparsa della plastica, facevano gola agli altri pescatori, che talvolta li rubavano. Più preoccupante era il fatto che qualche volta i pescatori approfittavano del buio per gettare le reti nella camera della morte, e ciò ci costringeva a controlli anche notturni. Una volta sorprendemmo due pescatori: abbandonarono le reti e si diedero alla fuga, e benché loro remassero in due e noi fossimo in quattro, sulla cariscia, non riuscimmo a raggiungerli”.

E’ difficile dire se il ricordo s’accompagni più al disappunto per la rincorsa inutile o alla subconscia giustificazione di comportamenti motivati dal bisogno. “Spesso, i pescatori erano costretti a rischiare perché a casa c’era la famiglia che aspettava – aggiunge al racconto, quasi esprimendo ad alta voce un’intima convinzione – e proprio per questo alcuni di loro non sono mai più tornati. Con il mare non si scherza. Una volta ho vissuto, con i miei compagni, una grande paura. Eravamo usciti in mare in soccorso di piccole barche perché era in arrivo un fortunale e all’improvviso abbiamo visto avvicinarsi una tromba d’aria. Non c’era tempo per allontanarci e ci siamo legati ai banchi, ma fortunatamente la tromba d’aria è passata ad qualche centinaio di metri da noi, diretta verso Lido Conchiglie. Sì, è stata forse la più grande paura della mia vita”.

Un pausa, poi: “Il mare è troppo forte, nessuno può farsi grande rispetto al mare”.

Un’altra pausa, e la conclusione affidata ad una frase che travalica il senso espresso, rimarca il troppo tempo irrimediabilmente trascorso, evoca vele latine, tratteggia uomini con la maglia di lana grossa e i pantaloni arrotolati al di sopra del ginocchio, esalta l’approdo alla trentina di osterie che esistevano nella città vecchia al tempo in cui Riccardo De Vito solcava il mare sulla prua spinta da braccia forti di amici indimenticati: “Mare viti e fusci, taverna viti e trasi”.

GIUSEPPE ALBAHARI

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