Lungo le vie d’acqua del Parco Regionale Naturale di Gallipoli

AMBIENTETURISMO
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Nella ricorrenza della “Giornata Mondiale delle Zone Umide”,  il Circolo “A. Cederna” di Gallipoli di Legambiente organizza un’escursione “Lungo le vie d’acqua del Parco”, in programma domenica 6 febbraio. Il luogo di ritrovo per i partecipanti – massimo 30 – è la foce del Canale dei Samari, alle ore 9. L’iniziativa consisterà in una passeggiata/plogging guidata che risalirà il corso d’acqua nel tratto compreso nel Parco regionale di Punta Pizzo. Di seguito, la descrizione dell’iniziativa e della zona umida da parte di Maurizio Manna, di Legambiente Puglia. I contatti comunicati dagli organizzatori sono i seguenti:

telefono: 34790222874

e-mail [email protected]

Gallipoli, 4 febbraio 2022

Nell’immagine, chiuse sul Canale dei Samari

LA REDAZIONE

Il Canale dei Samari deriva probabilmente il suo nome da una radice indoeuropea comune ad altri idrotoponimi su una vasta area (Simeri in Calabria, Sammaro in Campania, Sambra in Toscana, Sambre in Francia), indice di antichissime frequentazioni, testimoniate dal rinvenimento di industria su selce e ossidiana associata a ceramica d’impasto di tradizione neolitica. Esso nasce da risorgive poste nei pressi della Masseria Goline, in agro di Matino, e raccoglie nel suo alto corso le acque drenate da canali nelle aree ad ovest di Casarano e Matino e a sud di Alezio e, attraverso il suo affluente Raho, anche dalle zone a nord di Taviano: funge quindi da collettore di quel bacino imbrifero relativamente esteso che il De Giorgi chiamò Valle di Taviano. Con i suoi circa 7 km di sviluppo, il Canale o Fosso dei Samari, è il più importante corso d’acqua della costa jonica orientale: i suoi argini e le sue aree contigue, come quelli del Canale Raho, costituiscono un ambiente residuale di assoluto rilievo ricco di pregevoli punti paesaggistici e presenze vegetazionali notevoli in ambito salentino, quali l’equiseto,  la ginestra, il corbezzolo, la rosa selvatica, la roverella, il pioppo argentato, pervenuteci da contesti climatico-ambientali diversi dall’attuale. Il suo corso superiore scorre incassato fra pareti calcaree o argillose, mentre il tratto terminale, a livello con la vasta piana subcostiera, che un tempo curvava verso sud  per versarsi in mare a circa 500 m dalla foce attuale, fu inalveato artificialmente con la realizzazione del “drizzagno” durante gli anni ’20. Recentemente la cementificazione dell’alveo, precedentemente limitata a questo tratto terminale, è stata brutalmente estesa a gran parte del corso sia ad opera del Consorzio Bonifica Ugento-Li Foggi sia da parte dell’A.N.A.S. contestualmente ai lavori di potenziamento della S.S.274: ne è conseguito il completo snaturamento dell’habitat fluviale, la scomparsa delle specie ad esso legate (castagna d’acqua, tritone e forse persino la lontra) e l’eliminazione di quella funzione tampone dei confronti delle piene stagionali i cui effetti sono stati fin troppo evidenti durante l’alluvione del novembre 1993. L’artificializzazione del letto, la  realizzazione di una strada e di numerosi fabbricati tutt’altro che rurali a ridosso dell’alveo oltreché l’immissione di sostanze tossiche di uso agricolo sono le principali cause di degrado di questo particolare e prezioso ambiente.

L’area umida dei Foggi – al pari delle omologhe Mammalia e Rottacapozza ad Ugento e Feda e del Conte a Porto Cesareo – si è venuta a creare in epoca geologicamente recente con la “chiusura” di una più profonda insenatura marina ad opera delle dune costituenti l’attuale linea di costa e la successiva delle acque dolci continentali. Prima del drastico ridimensionamento operato dall’uomo nell’ultimo secolo, essa, soggetta ad ampie oscillazioni stagionali di profondità ed estensione aveva come area di massima espansione una fascia larga in media 500 m ed avente un fronte di circa 3 km, compreso tra la chiesa della Madonna del Carmine e la Masseria Li Foggi, per una superficie totale di circa 150 ha. I corpi idrici principali che la componevano erano, da nord a sud, i ristagni delle Fontanelle, la Palude Grande o Bocca dei Samari e la Sogliana, alimentati oltreché da un diffuso affioramento della falda anche dall’apporto del Canale dei Samari, esondante durante le piene e dal deflusso in mare ostacolato dai depositi di sabbia e posidonie alla foce. Da sempre sito di attività e produzione, nonostante una tenace oleografia le voglia esclusivamente luogo repellente e fonte di malattie, le aree umide rivestirono un ruolo economicamente considerevole in epoca medioevale: nella zona dei Foggi in particolare si praticavano la caccia, la pesca, la raccolta di canne e di giunchi ed anche la vallicoltura e la macerazione del lino. Lungo ampi tratti ai margini dell’area, temporaneamente emersi nei mesi secchi, erano praticate colture stagionali. Bisognerà però attendere la seconda metà del secolo scorso perché abbia impulso il recupero agricolo delle zone. Ciò avvenne inizialmente ad opera di privati, mediante la realizzazione di canaline di drenaggio e scolo – realizzate in modo approssimativo per razionalità di connessione e pendenza – e l’utilizzazione del materiale asportato per la sopraelevazione del piano di campagna, originariamente posto fino a 20 cm sotto il livello del mare, nonché di una strada mediana all’area parallela alla costa. Non mancò l’applicazione di tecniche sperimentali come le pompe idrovore ad energia eolica di fabbricazione olandese che il cavalier Auverny utilizzò con scarso successo per il prosciugamento della parte di palude posta a sud del canale.  Sarà quindi lo Stato, con una decisa azione legislativa a cavallo dei due secoli volta ad una sistematica bonifica delle aree palustri soprattutto in funzione antianofelica, a modificare profondamente la zona con le opere di riordino idraulico attuate poi tra il 1923 ed il 1930. Tali opere consistettero diacronicamente nella sistemazione idraulica del tratto terminale del Fosso dei Samari – che comportarono la modifica del tracciato e la realizzazione di un alveo e della bocca a mare in cemento -, nella colmata artificiale e nel drenaggio con canali a marea il cui sversamento nel Corso dei Samari era regolato da chiuse e nella realizzazione di circa 5 km di strade di servizio nell’area. E’ significativo ricordare come buona parte della colmata venne realizzata utilizzando la sabbia costituente le dune, nonostante precise raccomandazioni ministeriali ne prescrivessero la salvaguardia e fossero in quegli stessi anni oggetto di riforestazione. A quel periodo è pure da riferire l’introduzione nell’area di specie alloctone sia vegetali, quali il pioppo, l’eucalipto e persino il raro Taxodium, quel cipresso calvo proveniente dalle remote Everglades della Florida che campeggia in splendida solitudine al centro dell’area, sia animali, come nel caso di Gambusia holbrooki, altra specie nordamericana introdotta quale antagonista delle larve dei ditteri e tuttora presente. Nonostante l’assidua opera di manutenzione iniziale, con taglio periodico del canneto e ripristino delle canalizzazioni, la zona fu solo stagionalmente coltivata per cadere poi in abbandono e tornare ad assumere le caratteristiche naturali dell’area umida coperta da un fitto fragmiteto e popolata da un’abbondante avifauna e specie di rettili ed anfibi tipici dell’ambiente su quasi tutta l’area originaria. A partire dalla fine degli anni ’50, dopo la realizzazione della litoranea un nuovo tipo di intervento umano ha caratterizzato la zona, questa volta in maniera irreversibile: iniziò allora, con l’edificazione del villaggio Baia Verde, l’urbanizzazione dell’area, contestualmente ad una rivoluzione che fu di costumi ed anche economica nell’approccio dell’uomo verso le aree umide costiere non più viste come terre perdute da redimere alla coltura agricola, ma da “valorizzare” come ameni luoghi di soggiorno estivo. Episodi recenti di colmata artificiale sterile, palesemente lesivi dei vincoli di legge gravanti sull’area hanno portato ad una profonda alterazione dei connotati paesaggistici della funzionalità biologica e dell’assetto idrogeologico dell’area umida, ridotta oramai a poche decine di ettari di estensione, rendendo necessaria un’ampia opera di ripristino ambientale.

MAURIZIO MANNA Legambiente Puglia

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